La nostra esistenza è intessuta di emozioni. Le emozioni ci piacciono, le andiamo a cercare, ne parliamo con gli altri, le riviviamo col ricordo; la televisione, i giornali, i romanzi, le feste, i riti religiosi ecc. ci favoriscono in questo senso, perché si presentano come occasioni per vivere direttamente o indirettamente emozioni. I giornali vendono di più se raccontano una storia d’amore di un personaggio famoso e il telegiornale ha più ascoltatori se c’è una disgrazia che suscita forti emozioni.

Le emozioni e i sentimenti assumono un ruolo importante nella nostra attività mentale e sociale.

Si possono definire come delle reazioni psicologiche e fisiche provate da una persona, che si manifestano intensamente e che sono in genere in relazione ad un qualche evento. Proviamo paura di fronte ad un pericolo, proviamo gioia se superiamo un esame, proviamo una emozione di tristezza se ad un amico capita una disgrazia, proviamo una emozione di malinconia durante una serata trascorsa in solitudine.

I sentimenti si presentano come delle reazioni emotive meno intense delle emozioni stesse, ma più stabili e durature. I sentimenti si formano gradualmente, spesso in occasione dei nostri rapporti con gli altri, come nell’amicizia e nell’amore.

Riflettendo sulla propria esperienza emotiva quotidiana è possibile cogliere due aspetti fondamentali, utili per differenziare le emozioni:

  • certe emozioni che proviamo sono piacevoli, come l’euforia che si prova dopo aver vinto qualcosa, mentre altre emozioni sono decisamente spiacevoli, come lo spavento che si prova quando alla guida della propria auto si sente che si sta sbandando a causa del bagnato su una strada pericolosa.
  • certe emozioni sono di intensità debole e altre di intensità forte: è possibile essere infastiditi per un’offesa di poco conto, essere un pò irritati, o essere molto arrabbiati per un’offesa personale rivolta in presenza di altre persone.

 

Quale ruolo è giocato dal corpo nella reazione emotiva?

Esiste uno stretto rapporto tra quasi tutte le emozioni e la loro manifestazione corporea. Le emozioni si esprimono sempre anche con una particolare partecipazione del corpo che viene chiamata “attivazione fisiologica”.

Tale reazione corporea provoca fenomeni come l’accelerazione o il rallentamento del battito cardiaco, la variazione degli atti respiratori, il pallore o il rossore del viso, la sensazione di secchezza in bocca, la dilatazione delle pupille, la sudorazione, ecc. Tutte queste manifestazioni del corpo possono accompagnare l’emozione; una volta cessata l’emozione il corpo torna al precedente equilibrio.

Il nostro corpo, esprime emozioni anche attraverso le espressioni del viso, i gesti tipici di ogni cultura, il tono della voce e la postura (ad esempio, un modo di camminare dritto può esprimere soddisfazione e gioia, così come una posizione ripiegata in sé può esprimere tristezza e una posizione corporea molto contratta rimanda ad un’idea di forte ansia o di rabbia).

I movimenti e le manifestazioni espressive del viso e del corpo, da un lato conferiscono vivacità ed energia alle parole che pronunciamo e dall’altro tendono a rivelare le intenzioni e i pensieri in modo più sincero delle parole. In definitiva, è più difficile camuffare le proprie emozioni con l’espressione corporea mentre le parole sono facilmente falsificabili. 

Rispetto alle parole usate per esprimere emozioni, fin dall’infanzia ci abituiamo ad usare certi termini o etichette linguistiche per identificare le emozioni che proviamo e per renderle comprensibili alle altre persone.

Uno dei modi in cui impariamo a parlare delle nostre emozioni è l’uso della “metafora”, attraverso cui descriviamo le nostre emozioni con termini che richiamano eventi concreti del mondo esterno. Ad esempio, per descrivere la felicità si usa l’espressione “tocco il cielo con un dito” ; oppure per la tristezza e il dolore “mi sento schiacciato da un macigno” o, ancora, “mi ha spezzato il cuore”. Queste metafore vengono create per descrivere i nostri sentimenti per i quali non abbiamo in realtà parole specifiche e ben definite.

Immaginiamo e comprendiamo invece, i sentimenti di un’altra persona attraverso “l’empatia”, ossia la capacità di ciascuno di noi di mettersi nei panni di altre persone. Ad esempio possiamo immaginare come si sente una persona che abbia appena saputo di aver vinto alla lotteria; oppure possiamo intuire quali siano le emozioni di una persona che è stata appena informata della morte di sua madre. Sapendo come noi ci sentiremmo in queste situazioni, pensiamo che gli altri si sentano allo stesso modo.

 

Perché proviamo emozioni?

Le emozioni di base hanno scopi di adattamento molto semplici ma importanti per la nostra sopravvivenza. 

Per quanto riguarda le emozioni piacevoli (gioia, felicità ecc.), si può affermare che la descrizione particolareggiata di un’emozione positiva ha la funzione di rafforzare i legami affettivi con le altre persone. Gli studiosi che si occupano di emozioni recentemente hanno ribadito la centralità dell’esperienza emotiva quale “canale comunicativo” privilegiato nei rapporti con gli altri.

La funzione adattiva delle emozioni spiacevoli o dolorose (paura, rabbia, tristezza ecc.), invece, sembra essere quella di “avvisarci” e di descrivere situazioni da noi interpretabili come minacciose anche dal punto di vista psicologico oltre che fisico e quindi di comportarci di conseguenza (ad esempio la reazione di paura di fronte ad un pericolo permette di reagire prontamente per evitarlo).

Le emozioni sono esperienze che le persone evocano con grande frequenza sia per comunicarle ad altri, sia per rimuginarle fra sé e sé. Infatti, le informazioni più importanti che comunichiamo (scambi comunicativi con amici, medico che ci cura ecc. ) sono le esperienze emotive associate agli eventi che raccontiamo.

L’emozione è dunque una esperienza intensa e passeggera che diventa un’occasione per prendere contatto con gli altri in vari modi.

 

Oltre a rafforzare i legami affettivi ci sono altri vantaggi nel condividere con gli altri le proprie emozioni?

La condivisione con le altre persone delle nostre emozioni può essere un modo per chiedere aiuto e quindi per gestire meglio la propria reazione emotiva. Quando raccontiamo a qualcuno il nostro stato d’animo, siamo costretti a mettere ordine, a chiarire più precisamente ciò che ci succede, quindi a comprendere meglio le sensazioni fisiche che accompagnano l’emozione. 

Il parlare ripetutamente con gli altri di un evento emotivo, per esempio l’emozione legata ad un incidente d’auto, aiuta a guardare con distacco quello che è successo, migliorando la nostra capacità di giudizio nel vedere, nel modo più realistico possibile, la situazione. Inoltre, le persone a cui ci rivolgiamo distraggono la nostra attenzione, ci forniscono interpretazioni diverse, ci raccontano episodi accaduti a loro stessi.

Se le persone a cui ci rivolgiamo mostrano di capire e di accettare come giusto e legittimo il nostro stato emotivo, ci sentiamo rassicurati e ciò rinforza il nostro senso di appartenenza alla comunità sociale. La condivisione delle emozioni ci fa sentire “normali” perché scopriamo che ciò che proviamo interiormente e privatamente è condiviso dagli altri esseri umani.

 

Perché le emozioni sono il mezzo più rapido per entrare in contatto con le altre persone?

Se lo scopo è quello di avvicinarsi alle altre persone, entrare in contatto con le loro emozioni sembra essere il mezzo più rapido e attendibile, visto che le emozioni sono per definizione spontanee. 

Gli esseri umani hanno “fame e sete” di emozioni proprie e altrui, perché ciò rappresenta anche la modalità principale di approfondire la conoscenza di sé e degli altri.

E la conoscenza di sé e degli altri, rappresenta uno dei principali interessi degli esseri umani. A volte pensiamo che certe emozioni “le proviamo solo noi”, poi quando scopriamo che anche altri le condividono o le hanno provate in passato, i rapporti interpersonali acquisiscono una profondità altrimenti inaccessibile.

 

Quante emozioni provano gli esseri umani?

Gli esseri umani possiedono una serie di emozioni di base presenti fin dalla nascita (innate), che sono la paura, la tristezza, la gioia, la sorpresa e la rabbia. A queste si aggiungono numerose reazioni emotive che vengono acquisite prevalentemente con l’esperienza e con la socializzazione, tra cui, ad esempio, le emozioni di vergogna, imbarazzo, nostalgia, noia, invidia e gelosia. 

 

QUANTO LE EMOZIONI  CI SONO UTILI? 

Le emozioni sono utili perché comunicano qualcosa agli altri  e li influenzano.

Le espressioni facciali sono una parte costitutiva delle emozioni. Nelle società primitive e tra gli animali esse servono alla comunicazione come le parole. Anche nelle società più avanzate le espressioni del viso hanno un impatto comunicativo molto più rapido delle parole.

Quando è importante comunicare qualcosa agli altri o mandare loro un messaggio, può essere molto difficile modificare le nostre emozioni.

La comunicazione delle emozioni influenza gli altri, che lo si voglia o meno.

 

Le emozioni sono utili perché organizzano e motivano l’azione.

Le emozioni motivano il nostro comportamento. L’impulso ad agire in conseguenza di specifiche emozioni è spesso innato. Le emozioni ci preparano all’azione.

Le emozioni consentono di risparmiare tempo e di agire nelle situazioni importanti. Non abbiamo bisogno di pensare ogni volta a ciò che facciamo.

Le forti emozioni ci aiutano a superare gli ostacoli – nella nostra mente e nell’ambiente.

Le emozioni motivano il nostro comportamento. L’impulso ad agire in conseguenza di specifiche emozioni è spesso innato. Le emozioni ci preparano all’azione.

Le emozioni consentono di risparmiare tempo e di agire nelle situazioni importanti. Non abbiamo bisogno di pensare ogni volta a ciò che facciamo.

Le forti emozioni ci aiutano a superare gli ostacoli – nella nostra mente e nell’ambiente.

E’ possibile, per le diverse emozioni, individuare un insieme di componenti caratteristico che consente di riconoscere, in noi stessi e negli altri, l’emozione di fronte a cui ci troviamo. 

Queste componenti sono costituite dalle sensazioni corporee, dal sentimento provato, dal comportamento messo in atto, dalle valutazioni cognitive  e dagli eventi che hanno elicitato l’emozione. 

 

La consapevolezza  emotiva  è una funzione complessa che si acquisisce in gran parte durante l’infanzia, ma può essere appresa anche nel corso dell’esistenza. Essa è costituita da tanti ingredienti;  la capacità di riconoscere i segni somatici delle emozioni; la capacità di valutare la relazione fra contesto, pensieri, emozioni e azioni; la capacità di rintracciare i pensieri automatici connessi alle emozioni relativizzarli e metterli in discussione;  la capacità di distinguere i propri stati mentali da quelli altrui;la capacità di rappresentarsi le possibili motivazioni ed emozioni altrui in forma probabilistica.

La competenza emotiva è un’abilità complessa che richiede sia la CONSAPEVOLEZZA del proprio stato emotivo, sia la capacità di condivisione e di empatia con le emozioni altrui; consente di fronteggiare adeguatamente lo stress prodotto dalle emozioni negative con strategie che ne diminuiscano la durata e l’intensità. Implica, inoltre la consapevolezza che il proprio modo di manifestare le emozioni può influenzare gli altri e la capacità di accettare se stessi e le proprie esperienze emotive per quelle che sono, se queste consentono un soddisfacente equilibrio emotivo. 

 

QUANDO LE EMOZIONI DIVENTANO UN PROBLEMA? 

Quando c’è una compromissione della competenza emotiva siamo in presenza di problemi emotivi.

Alcune persone hanno difficoltà ad esprimere emozioni e a riconoscerle in se stessi e negli altri.

Esistono delle differenze individuali per quanto riguarda la capacità di destreggiarsi positivamente in una situazione sociale o individuale che provoca emozioni.

Una discreta competenza emotiva consente alla persona di fronteggiare adeguatamente lo stress prodotto dalle emozioni spiacevoli e dolorose, in modo da diminuire la loro durata e intensità. Padroneggiare i propri vissuti emotivi significa sviluppare la capacità di accettare se stessi e le proprie esperienze emotive per quello che sono (sia quando sembrano eccezionali o strane, sia quando sembrano banali e scontate), avere consapevolezza del proprio stato emotivo, nonchè saper identificare correttamente e partecipare in modo empatico alle emozioni delle altre persone.

La competenza emotiva è il risultato dell’educazione alle emozioni che avviene attraverso l’esperienza di socializzazione con la famiglia di origine, gli insegnanti, i coetanei ecc. Il modo di provare ed esprimere le proprie emozioni si modifica e migliora con le interazioni sociali per tutta la vita. 

Le esperienze di sviluppo emozionale negative, come ad esempio accade ai bambini maltrattati, possono generare difficoltà nel riconoscimento delle proprie e altrui emozioni, oltre che essere all’origine di una scarsa empatia.

Quindi esperienze di “cattiva socializzazione” vanno di pari passo con una scarsa consapevolezza della propria vita emotiva, una limitata capacità ad esprimere le proprie emozioni e di capire quelle degli altri; in breve una ridotta competenza emotiva.

La vita emotiva di uomini e donne non presenta differenze qualitativamente rilevanti, anche se le donne si dimostrano più espressive ed empatiche. Queste differenze rispecchiano il più delle volte dei pregiudizi sociali. Infatti, fino a qualche tempo fa, da uomini e donne secondo i ruoli a loro attribuiti, ci si aspettava determinate reazioni.

Esiste uno stretto rapporto tra alcune sindromi psicopatologiche e il funzionamento delle emozioni. Per questo, un quadro clinico caratterizzato da reazioni emotive esageratamente frequenti ed intense rispetto alla media, o all’opposto, reazioni anaffettive in situazioni che normalmente susciterebbero emozioni, costituiscono elementi che vanno a definire aspetti sintomatologici.

 

Esistono tre categorie entro cui raggruppare i problemi emotivi: 

  • La prima riguarda problemi di consapevolezza delle emozioni, che coinvolgono le abilità cognitive di percezione, riconoscimento e identificazione delle emozioni

La persona che giunge in terapia lamenta di non provare certe emozioni o solo molto raramente ed in modo poco intenso. Le emozioni sono sconosciute e non sentite. Si tratta per esempio di persone che non avvertono la rabbia e chiedono di imparare un comportamento assertivo, o pazienti con disturbo da stress post traumatico che spesso provano solo un limitato spettro di emozioni per lo più connesse al trauma.

Non è raro incontrare, nel corso della pratica clinica, delle persone che presentano difficoltà a livello di  percezione  e riconoscimento delle emozioni. In molti casi, le persone che si presentano dallo psicoterapeuta con un problema di riconoscimento delle emozioni lamentano delle problematiche fisiche per cui hanno contattato diversi medici.


 

  • La seconda problemi di disregolazione delle emozioni: si tratta di pazienti  che gestiscono le emozioni dal punto di vista cognitivo, comportamentale e relazionale,  in modo fortemente disadattivo.

Le persone che presentano questi problemi sperimentano frequentemente stati emotivi dolorosi ed intensi accompagnati da gravi deficit di gestione di tali esperienze avversive.

Spesso tali difficoltà di gestione si concretizzano nel ricorso a comportamenti disadattivi ed impulsivi, quali uso di alcool o droghe, comportamenti autolesivi, abbuffate, abuso di farmaci, sesso smodato. Questi nascono come tentativi di regolazione ma finiscono per creare un corto circuito da cui è difficile uscire.

Il paziente lamenta di esperire determinate emozioni, quali ad esempio rabbia, ansia o depressione, in modo troppo intenso o troppo pervasivo: è questa una delle ragioni che più frequentemente porta le persone a contattare uno psicoterapeuta, al quale generalmente viene chiesto un aiuto per ridurre l’intensità o la frequenza di tali emozioni negative. 

La regolazione emotiva non va confusa con la mera riduzione dell’intensità degli stati emotivi, ma include la capacità di utilizzare le emozioni come segnali, come spinta all’azione e come strumento per comunicare con gli altri.

La regolazione emotiva svolge un compito di primaria importanza nell’adattamento dell’individuo al proprio ambiente

La disregolazione emotiva può manifestarsi:

  • con gravi difficoltà nella modulazione dell’intensità e della durata dell’emozione
  • Con la perdita di gradualità e fluidità nella transizione tra uno stato emotivo e l’altro
  • Con l’incapacità di esprimere le emozioni in modo flessibile al variare del contesto 
  • Con l’incapacità di integrare stati emotivi differenti componendo un quadro complesso di emozioni diverse,  a volte incompatibili, e tollerando l’ambivalenza

 

Marsha Linehan dedica due moduli della sua TDC per i pazienti borderline specificatamente al deficit di regolazione emotiva:

(a) Strategie per aumentare il livello di tolleranza della sofferenza mentale

Tollerare la sofferenza mentale è essenziale per il  benessere psicologico per due motivi:

  • La sofferenza è un fatto ineluttabile
  • Prima di ogni tentativo di trasformazione va tollerato il disagio, pena il ricorso a comportamenti di tipo impulsivo

(b) Abilità di regolazione emozionale

  • Identificare e denominare gli affetti
  • Ridurre la vulnerabilità della mente emotiva (ridurre  lo stress fisico e ambientale)
  • Incrementare gli eventi a valenza emozionale positiva
  • Aumentare l’attenzione non giudicante alle emozioni del momento presente
  • Attuare comportamenti di segno opposto

 

  • La terza categoria riguarda problemi il  modo di vedere se stessi, il mondo e le relazioni, e i relativi scopi associati. La sofferenza emotiva è causata da una particolare costellazione di credenze su di sé, sugli altri e sul mondo,  e da costrutti  disfunzionali concernenti  la conoscenza e l’accettazione delle emozioni.

A volte i pazienti descrivono i loro problemi in termini interpersonali. In alcuni casi emergono più direttamente problemi legati al mondo emotivo: si tratta a volte di senso di colpa nei confronti di un proprio genitore, o della vergogna che divampa in certe situazioni sociali o dell’ansia che suscita il giudizio altrui.

A volte è l’ansia a farla da padrone raggiungendo livelli elevatissimi e fortemente invalidanti come negli attacchi di panico o invadendo gli spazi mentali come nel disturbo d’ansia generalizzata. Altre volte è la tristezza a pervadere l’esistenza rendendo così difficile e doloroso vivere, come accade nel disturbo depressivo. Ma anche la rabbia e la gelosia possono essere attivate in modo massiccio e creare una serie di problemi, soprattutto nell’area delle relazioni interpersonali, e persino la gioia se attivata in modo incongruo e troppo elevato può portare a problemi di mania od ipomania.

L’attivazione massiccia o, in qualche modo anomala delle diverse emozioni, caratterizza i diversi disturbi psicopatologici descritti dal DSM-IV. L’ansia e la paura giocano un ruolo fondamentale nei diversi disturbi d’ansia o  in quelli del comportamento alimentare. Ma sono anche altre le emozioni che acquistano una particolare rilevanza in questi disturbi. Basti pensare al disgusto e al ruolo che viene ad assumere in certe fobie specifiche, così come nel disturbo ossessivo compulsivo o nei disturbi del comportamento alimentare. Il senso di colpa, d’altra parte diventa essenziale nella comprensione del disturbo ossessivo compulsivo così come la vergogna costituisce uno degli assi portanti della fobia sociale. La depressione  è il disturbo della tristezza ma anche la rabbia e il senso di colpa vi giocano un ruolo importante. D’altro lato, la rabbia è presente spesso in maniera piuttosto intensa nel disturbo borderline di personalità così come nel narcisistico o nell’antisociale.

La terapia cognitiva standard  ha sviluppato ormai da decenni numerosi contributi teorici e protocolli clinici per lavorare sul sistema di convinzioni dei pazienti con diversi tipi di disturbi psicologici.

I costrutti o le credenze responsabili dell’attivazione disfunzionale di particolari emozioni, vanno innanzitutto identificati, solo così si potrà poi procedere a metterli  in discussione insieme al paziente. Questo non significa affatto insegnare a pensare in modo positivo, quanto piuttosto creare, insieme al paziente, modalità alternative di costruzione della realtà. 

Le persone che intraprendono una psicoterapia per “problemi emotivi” possono non conoscere o non considerare il carattere adattivo delle emozioni ed il loro valore. Nella nostra esperienza clinica abbiamo notato l’esistenza di tipiche credenze disadattive sulle funzioni delle emozioni.

La comunicazione che le emozioni hanno un importante valore adattivo non necessariamente deve avvenire attraverso una discussione esplicita,  può essere anche trasmessa molto efficacemente attraverso un atteggiamento accettante e validante. E’ ormai comune nella pratica clinica l’uso di strategie atte a segnalare al paziente un rapporto più adattivo nei confronti delle sue stesse emozioni, specialmente quando si tratta di esperienze dolorose e negative.