Parliamo di un gruppo di atteggiamenti interpersonali caratterizzati da una normale o esagerata ostilità, indifferenza o sfiducia nei confronti dell’altro. 

Tale gruppo comprende un  primo gruppo di cui fanno parte l’atteggiamento di sfiducia e diffidenza, il cinismo e il ritardo cronico e la procrastinazione . 

La disposizione mentale è caratterizzata da uno scarso coinvolgimento per gli scopi e i vissuti altrui, che si traduce in atteggiamenti che  spaziano da una blanda indifferenza nei confronti degli altri ad un vero e proprio   cinismo, nonché da un’attenzione particolare alla possibile inaffidabilità e imprevidibilità dell’altro. L’altro suscita interesse solo in quanto può trasformarsi in una fonte dannosa. In questi casi, emergono atteggiamenti di sfiducia e diffidenza se non una vera e propria sospettosità paranoide rispetto alle intenzioni altrui.

Queste credenze alimentano inquietudini e malessere che conducono a chiusura, rifiuto e scetticismo.

Possiamo definire gli atteggiamenti di procrastinazione e di ritardo come la tendenza a rispondere quotidianamente alle situazioni che si presentano, con una dilatazione del tempo di risposta che gioca un ruolo essenziale nell’economia dei fatti.

Nella vita di tutti i giorni può capitare di non essere puntuali ad un appuntamento o di non riuscire a consegnare nei tempi stabiliti un lavoro, di rimandare un esame del corso di studi oppure un incontro che mette in difficoltà. Fino a quando possiamo enumerare questi avvenimenti come episodi occasionali  o saltuari, non possiamo ritenerci  dei veri ritardatari o dei procrastinatori.

Il ritardatario e il procrastinatore  effettuano una scelta di tempi diversa da quella esplicitamente condivisa (con l’altro o con se stessi): operano con ritardo, all’ultimo momento,  dopo la scadenza ultima, o, nella peggiore delle ipotesi, non entrano affatto in azione.

Generalmente, in ambito psicologico, la procrastinazione è considerata come un comportamento di evitamento volto alla gestione dell’ansia. Coloro che procrastinano tendono ad essere perfezionisti, a temere i fallimenti, ad avere alti bisogni di approvazione da parte degli  altri e bassi livelli di frustrazione. 

Dryden definisce la  procrastinazione come “il rimandare a domani quello che è nel nostro interesse fare oggi” e ha riconosciuto tre importanti caratteristiche di questo atteggiamento: un compito che è nel nostro interesse fare; uno spazio di tempo nel quale è importante per noi agire; il rimandare l’azione ad un altro momento.

Inoltre procrastinare implica una scelta di tempi che possono essere: agire all’ultimo minuto, agire dopo la scadenza ultima o non agire affatto.  

Le aree individuate, ove questo atteggiamento può essere messo in atto, sono quella del mantenimento personale (dalla salute alle condizione generali di vita e di lavoro) , quella dello sviluppo delle proprie capacità (sviluppo degli interessi personali, studio, carriera) e quella del rispetto degli impegni con le altre persone, che fatichiamo a portare a termine.

A differenza della procrastinazione, il ritardo sembra maggiormente legato, anche se non totalmente, all’area relazionale. Il tempo è legato a diverse concezioni a secondo delle culture visitate: se per un tedesco la puntualità è “forma mentis”, per un sudamericano o un orientale è un’indicazione di massima.

Arrivare in ritardo all’appuntamento o alla riunione, da parte di un superiore,  può essere un buon modo di controllare la relazione e ribadire la propria posizione di superiorità: “se non mi scuso e non adduco giustificazioni manifesto l’idea che sono io a dettare le regole”.

Ugualmente accade nel caso il superiore anticipi l’inizio della riunione, non prendendo in considerazione l’aver precedentemente indicato lui stesso un orario.

 Anche nelle relazioni strettamente personali il ritardo può costituire un modo di rapportarsi con l’altro per “controllare” ; soprattutto se messo in atto frequentemente e in modo pervasivo, può veicolare il messaggio: “le regole le detto io”. Se l’altro che subisce il ritardo tenta di ribellarsi senza successo e il ritardo viene attuato comunque e sistematicamente, si generano dei circoli viziosi in cui quello che è in gioco è una gerarchia. 

In altri casi se la puntualità è sentita come un obbligo e una limitazione alla libertà e all’autonomia  il ritardo può divenire invece una forma di protesta e di autoaffermazione (come avviene in alcune forme di procrastinazione). In questo caso viene a rappresentare la manifestazione di un’insofferenza allo stile di vita che ci si  trova a vivere, e che , pur non essendo condiviso,  non viene  criticato in modo più chiaro e  aperto.

In altri casi il ritardo può costituire una messa alla prova dell’altro che ci aspetta, più o meno   pazientemente : l’idea è quella che far aspettare l’altro significa poter misurare l’interesse della persona in attesa. Questo atteggiamento, osservato insieme ad altre provocazioni nelle pazienti borderline.

 

Gli atteggiamenti interpersonali del secondo gruppo, sono l’atteggiamento di opposizione, quello dell’umiliare e l’essere umiliati,  e l’atteggiamento vendicativo. Questo gruppo ha in comune con il precedente un assetto mentale  in cui prevale sfiducia nei confronti degli altri ed un’attribuzione di scarso valore alle altre persone. E’ presente però, come ulteriore elemento di caratterizzazione, una modalità relazionale tipicamente competitiva e oppositiva che, da punto di vista descrittivo, si  traduce in una tendenza a sollevare, in modo più o meno accentuato, una serie di obiezioni all’interlocutore. Si tratta spesso di un  contraddire fine a se stesso, di un essere in contrasto “per principio” affermando il contrario di quello che dice l’altro, con lo scopo di imporre la propria personale costruzione piuttosto che di avere uno scambio comunicativo che tenga conto di entrambi i punti di vista. 

Può essere presente un’opinione esagerata di sé, delle proprie capacità o dei propri meriti che si manifesta in atteggiamenti di superiorità in cui la persona  cerca di avere la meglio sugli altri, persuadendo, convincendo o muovendo l’assenso su qualcosa.

L’atteggiamento di opposizione patologica, in particolare, riguarda  una vera e propria intolleranza per l’applicazione di regole dall’esterno da parte delle autorità o dei pari,  le regole vengono vissute come imposizioni per di ridurre la libertà personale.

Nell’opposizione passiva la persona non riesce ad opporsi verbalmente alle richieste esterne, ma pur accettandole sul piano verbale  (“vorrei ma non posso”) assume costantemente dei comportamenti che vanno nella direzione opposta; tende ad esempio ad evitare tutte le situazioni in cui aveva promesso qualcosa. A volte le persone trovano delle scuse per evitare alcuni “costrizioni” normali della vita. Si costruiscono delle nicchie di libertà e autonomia per evitare le richieste esterne. Così l’eccesso di lavoro, eccessi alimentari, abusi di sostanze si trasformano in giustificazioni per evitare pressioni esterne. Dall’esterno la persona viene considerata inaffidabile, strana; suscita critiche oppure  di stanziamento dall’altro.

Nell’opposizione attiva la persona riesce a definire chiaramente e con irritazione la propria posizione e si sottrae con fermezza a tutto ciò che gli sembra imposto, non concordato; e lo scopo è di difendersi dal controllo dell’altro (non darla vinta, non abbassare mai la guardia). Dall’esterno c’è la sensazione di non sapere come prendere queste persone: se gli si fanno richieste si irritano, se non si fanno si ritengono ignorate; manca la capacità di affermare con maggiore serenità le proprie preferenze e i propri punti di vista senza avere l’idea che i rapporti possano andare solo la rottura o la propria sottomissione

Nella contestazione patologica questo atteggiamento si manifesta con una critica diretta  sia la legittimità delle regole sia l’autorità vera e propria; è facile in questo caso trovare consenso tra i pari ma solitamente la persona viene allontanata e isolata dal punto di vista sociale perché non è collaborante.

Le richieste di aiuto, come in altri casi vengono fatte per problemi relazionali all’interno della coppia, rispetto alla condivisione e ai compromessi che ogni routine familiare richiede.

Talvolta questi atteggiamenti sono controproducenti nell’ambito lavorativo e possono essere la causa di continui cambi di  impieghi o di licenziamenti. In questi casi, ci può essere una tendenza alla disattenzione eccessiva alle regole del lavoro o una intolleranza della persona che si deprime perché non riesce a trovare alcun luogo di lavoro privo di costrizioni o regole.

Negli atteggiamenti vendicativi è presente la convinzione che, nel caso in cui si rimanga vittima di eventi dannosi o negativi, torti o ingiustizie, senza una ragione che li giustifichi, sia giusto pareggiare il conto mettendo in atto delle azioni di ritorsione  verso il  colpevole. Dal punto di vista comportamentale, ciò si trasforma in azioni in cui il soggetto può arrivare a calpestare i diritti e i bisogni degli altri attraverso aggressioni verbali, attacchi, maltrattamenti e autoritarismi.

La scarsa fiducia accompagnata da una scarsa considerazione dell’altro, nei casi più estremi,  può sfociare in forti sentimenti di rabbia e disprezzo. 

Pensiamo che l’atteggiamento vendicativo sia patologico nella misura in cui risulta dannoso per sé, per l’altro e per il buon equilibrio delle relazioni interpersonali

La vendetta conclude  o apre i problemi? 

I danni per sé possono riguardare la sofferenza che la persona continua, spesso involontariamente, ad alimentare nel perseguire lo scopo della vendetta.  Per poter mettere in atto l’atto vendicativo infatti si è costretti a mantenere vivida nella mente l’esperienza del danno subito; quel passato viene ricordato e vissuto con rancore e rabbia. La persistenza e la pervasività di questo spiacevole stato emotivo da un lato contribuisce ad orientarsi al desiderato atto vendicativo ma dall’altro ostacola e limita la transizione a stati emotivi diversi, magari più piacevoli, che potrebbero essere correlati a scopi  di mantenimento o perseguimento del benessere psicologico.

I danni per l’altro, sono per definizione distruttivi, in quanto rientrano nello scopo stesso della vendetta. Si tratta di stabilirne la gravità e le conseguenze. Tale gravità dipende sia dall’entità psicologica e fisica del danno inferto sia dalla proporzione fra questa entità e le capacità dell’altro di fronteggiare il danno.

Sul piano dell’equilibrio delle relazioni interpersonali gli atti vendicativi non favoriscono certamente l’armonia relazionale. E per una persona, con una spiccata attitudine alla vendetta, può risultare particolarmente difficile gestire le normali o occasionali conflittualità e incomprensioni che sorgono nelle relazioni senza ricorrere a comportamenti distruttivi, il cui esito è di creare ulteriori attriti ed ostilità.